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“Scoperto l’interruttore che accende ansia e paure”

La notizia, apparsa a fine gennaio sugli organi di stampa, è la seguente : “scoperto l'interruttore che nel cervello accende ansia e paure”. La scoperta si deve a due gruppi di ricercatori americani ed è stata pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica Nature.
Cerchiamo di capirne meglio il significato.
Non mi dilungo in questa sede a parlare di ansia e paura, ricordo solo che sono reazioni “naturali” delle quali l'uomo ha bisogno per la sua sopravvivenza.
Quando però l'ansia non esprime più una fisiologica reazione di adattamento ad una condizione di preoccupazione reale o di minaccia, diventa patologica. Quando la paura non è legata a situazioni di pericolo reale nascono le fobie, gli attacchi di panico.
Negli ultimi anni la ricerca scientifica si è occupata molto delle problematiche legate all'ansia ed alla paura, focalizzando l'interesse, grazie soprattutto alla disponibilità di strumenti tecnologici sempre più sofisticati, sulla individuazione delle vie nervose, dei circuiti nervosi attraverso i quali passano le informazioni chimiche responsabili di reazioni quali ansia e paura.
Ma torniamo al nostro “interruttore”.
I ricercatori che hanno condotto lo studio, è importante chiarirlo, non sull'uomo ma sul topo, sono riusciti ad identificare il funzionamento del circuito nervoso responsabile dell'ansia e della paura ed in particolare il ruolo che esso ha nell'apprendimento e nella capacità di gestire la paura.
Questo circuito è costituito dall'amigdala, della quale abbiamo parlato spesso a proposito di attacchi di panico, la “centralina di controllo delle emozioni” e della quale da tempo è conosciuta la funzione regolatrice nel controllo della paura. In particolare le cellule nervose della porzione centrale dell'amigdala governano l’apprendimento della paura ed il suo ricordo.
Partendo da questo dato i ricercatori, hanno messo in evidenza che nei topi che imparavano a temere alcuni stimoli i neuroni del nucleo paraventricolare del talamo, una regione del cervello molto reattiva agli stress fisici e psicologici, si attivavano in modo significativo, anche quando veniva stimolato semplicemente il ricordo dell’evento pauroso.
Una volta dimostrato il collegamento tra amigdala centrale e nucleo
paraventricolare i ricercatori hanno disattivato la connessione ed il risultato è stato che i topi non erano più capaci di apprendere né memorizzare non solo la paura ma anche la circostanza che la evocava.
Restava da identificare il neurotrasmettitore, il messaggero chimico che collega le due strutture cerebrali, quello cioè utilizzato dai neuroni del nucleo paraventricolare del talamo per stimolare l'amigdala, che è stato identificato nel BDNF (brain-derived neurotrophic factor) un fattore di crescita importante per stimolare la formazione di nuovi neuroni, le cellule nervose, e la creazione di nuove connessioni fra essi.
I fattori neurotrofici sono noti da molti anni e la prima dimostrarne l'esistenza e l'importanza è stata la nostra grande scienziata Rita Levi Montalcini che per questa scoperta meritò il premio Nobel.
Del BDNF la ricerca scientifica si occupa da molti anni ed è stato ipotizzato il suo legame con molte patologie degenerative come la malattia di Alzheimer e la corea di Huntington e con alcuni disturbi psichiatrici quali la schizofrenia ed il disturbo ossessivo-compulsivo. Il gene BDNF sembra poi avere un ruolo importante nella risposta di adattamento allo stress e nella biologia dei disturbi dell'umore, in particolare della depressione. Nei soggetti affetti da disturbi d'ansia è stata già in passato dimostrata la presenza di una mutazione di questa molecola, in pratica di una modifica stabile del suo patrimonio genico.
La conferma del ruolo del BDNF è stata ottenuta dai ricercatori che hanno evidenziato come i topi nei quali le connessioni fra PVT e amigdala erano state interrotte riacquistavano la capacità di ricordare le situazioni paurose quando nell'amigdala veniva infuso BDNF.
La scoperta è importante anche se ovviamente necessita di conferme sull'uomo ma l'aver identificato il messaggero chimico che permette al nucleo paraventricolare del talamo di esercitare il controllo sull'amigdala, all'interno del circuito che presiede al controllo della paura e della sua memoria può portare al lo sviluppo di farmaci “ad hoc” in grado di modulare il BDNF e di curare così selettivamente i disturbi d'ansia e le fobie.
Dr. Francesco Cesarino- neurologo

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