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Benzodiazepine e Alzheimer,connessioni?

La notizia che ha trovato vasta eco sui giornali e nei notiziari televisivi è la seguente:
“Uno studio franco-canadese pubblicato nell'ultimo numero del British Medical Journal lo conferma: l'uso regolare di benzodiazepine per un periodo superiore a tre mesi aumenta notevolmente il rischio di sviluppare la malattia di Alzheimer”.
Le benzodiazepine (BDZ) , classe di psicofarmaci costituita essenzialmente dagli ansiolitici e dagli ipnoinducenti, comunemente noti come sonniferi, sono, a ragione o a sproposito, tra i farmaci più usati al mondo: a titolo esemplificativo in Francia il 30% della popolazione sopra i 65 anni fa uso di benzodiazepine. La percentuale è intorno al 20% in Canada e Spagna. Negli Stati Uniti ed in Gran Bretagna le percentuali sono più basse, ma restano comunque elevate. In Italia un rapporto del 2013 rileva che su mille abitanti ogni giorno 54 assumono dosi standard di BDZ, intendendo per dose standard il dosaggio corretto.
La prevalenza della malattia di Alzheimer, che rappresenta il 50% circa di tutte le demenze, è, nella popolazione ultrasessantacinquenne del 4.4% circa nei paesi industrializzati, con valori che vanno dallo 0,7% nella fascia 65-69 anni al 20% degli ultranovantenni.
Torniamo all’articolo franco-canadese. Precisiamo subito che non è il primo lavoro scientifico che si propone di studiare la possibile associazione tra uso di benzodiazepine ed insorgenza della malattia di Alzheimer negli ultrasessantacinquenni . Rispetto però ai precedenti tale studio ha anche cercato di dimostrare una possibile relazione tra dose assunta ed aumentato rischio e di verificare se questa associazione fosse o meno causale.
Molto in breve: I ricercatori franco-canadesi hanno analizzato i casi di Alzheimer diagnosticati tra gli anziani ai quali erano state prescritte in passato, ben prima della comparsa dei sintomi della demenza, benzodiazepine. I risultati dello studio sono noti; assumere benzodiazepine per più di tre mesi, aumenta il rischio di Alzheimer del 51%; il rischio aumenta proporzionalmente al periodo di assunzione , ed è maggiore per le benzodiazepine a lunga emivita, quelle cioè che rimangono più a lungo nel sangue, rispetto a quelle ad emivita breve.
I dati emersi sono certamente significativi e vanno tenuti in debita considerazione proprio in virtù di
quanto detto in precedenza relativamente all’elevato consumo mondiale di benzodiazepine e al
numero sempre crescente della popolazione “anziana”.Ora però vanno fatte alcune importanti
precisazioni.
Lo studio in oggetto è uno studio caso-controllo. Cosa significa?
Lo studio caso controllo è uno studio osservazionale che considera due gruppi di soggetti: i malati

affetti da demenza (casi) e i controlli che non presentano la malattia. L’analisi statistica è
incentrata sulla ricerca se, negli anni precedenti, i casi sono stati esposti ad un determinato fattore
di rischio, in questo caso l’assunzione di benzodiazepine. Quando la percentuale di coloro che
sono stati esposti al fattore di rischio tra i casi è significativamente maggiore rispetto a quella del
gruppo di controllo si parla di associazione tra malattia e fattore di rischio. La dimostrazione
dell’esistenza di una associazione però non porta alla conclusione dell’esistenza di una relazione
causa-effetto.
In altre parole uno studio caso-controllo, come quello che stiamo commentando, consente solo di ipotizzare una possibile associazione tra demenza ed assunzione di benzodiazepine ma non è in grado di dimostrare che c’è un rapporto diretto di causalità tra l’assumere BDZ ed l’ammalarsi di demenza. Questo tipo di metodica di ricerca può presentare inoltre molte “distorsioni” legate ad esempio alla mancanza di dati oggettivi sulla entità dell’esposizione, dal momento che è riferita ad eventi del passato. L’affermazione che bastano 3 o 6 mesi di terapia con BDZ per avere un incremento del rischio di ammalarsi di demenza appare pertanto se non altro discutibile perché non poggia di dati effettivamente o meglio scientificamente dimostrabili.
D’altra parte esistono molti studi scientifici che giungono a conclusioni diametralmente opposte; alcuni di questi non confermano l'aumentato rischio, altri invece riconoscono alla benzodiazepine un effetto positivo sulla malattia di Alzheimer..
Ci sono infine due fattori importanti da tenere in considerazione: il primo è che l'assunzione cronica di questi farmaci possa essere considerato un marcatore precoce di una condizione associata ad un maggior rischio di demenza. Il secondo è che questi farmaci spesso vengono prescritti per alleviare sintomi quali ansia ed insonnia che non a caso potrebbero essere Ie prime manifestazioni cliniche di una demenza non ancora conclamata.
Detto questo, trasferendo il discorso nella pratica quotidiana, cerchiamo di estrapolare alcuni punti fermi:
Le benzodiazepine rimangono a tutt’oggi farmaci fondamentali nel trattamento di disturbi
quali ansia, insonnia, agitazione, attacchi di panico, disturbi di natura psicosomatica ed altri, in associazione spesso con antidepressivi o neurolettici. Quindi nessuna demonizzazione, ciò che è imprescindibile da parte dello specialista è: una corretta diagnosi che accerti la effettiva necessità di una terapia con BDZ, la scelta del farmaco sulla base della sintomatologia riferita, il dosaggio corretto (se un farmaco dopo un certo periodo di tempo, non produce l’effetto desiderato il sintomo non si risolverà aumentando il dosaggio oltre quello consentito, meglio cambiare farmaco), la durata del trattamento e la modalità di sospensione graduale del farmaco.
Le BDZ, come tutti i farmaci “seri” hanno effetti collaterali che vanno spiegati al pazienti al momento della prescrizione.
Gli specialisti che si occupano di queste patologie, neurologi, psichiatri o geriatri, dovrebbero essere consapevoli che le benzodiazepine devono essere somministrate nell'anziano con estrema cautela e se possibile evitate, perché possono provocare confusione mentale, riduzione delle capacità cognitive oltre che aumentare il rischio di cadute traumatiche. Il loro uso è perciò da sconsigliare preferendo farmaci che non hanno effetti sulle funzioni cognitive. Da evitare è, comunque e sempre, nell’anziano l'uso cronico di benzodiazepine. In particolare mi riferisco ai sonniferi, meglio, oltre che incoraggiare una corretta igiene del sonno, limitarne la prescrizione a periodi brevi e comunque prescrivere ipnoinducenti non benzodiazepinici, disponibili da molti anni.
Se non è possibile ricorrere, per varie motivazioni, a farmaci diversi è sempre preferibile prescrivere BDZ ad emivita breve ovvero molecole che rimangono per un tempo più breve nel circolo sanguigno e che vengono eliminate più rapidamente riducendo il rischio della comparsa di eventuali effetti collaterali
Purtroppo nella pratica quotidiana non è raro incontrare anziani in terapia con BDZ a dosaggi anche alti. Questo è imputabile a volte alla superficialità del medico proscrittore perché “ certi farmaci sono i primi che vengono in mente” senza pensare agli effetti collaterali ed ancora più spesso alla tendenza, purtroppo sempre più diffusa ma da scoraggiare fortemente al “fai da te” all’interno della famiglia o dei conoscenti.
Dr. Francesco Cesarino

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