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Aiuto, muoio! Ah no, sono sopravissuta!

Ero lì, un paio di giorni fa, col naso per aria che stavo cercando un libro sullo sbarco in Normandia – adesso come adesso non mi ricordo nemmeno il perché di questa ricerca nella mia biblioteca casalinga – quando mi sono resa conto che tre interi piani della mia ordinatissima libreria erano occupati da manuali, trattati, trattatelli (possiedo anche un Krishnamurti: ‘Sulla Paura’), pubblicazioni scientifiche, opuscoli e pure romanzi su ansia, attacchi di panico e depressione.
Incuriosita da me stessa (sono un soggetto affascinante, lo ammetto: riesco a stupirmi ancora oggi delle novità che mi riservano i miei neuroni) ho aperto la cronologia del mio Google Chrome e a colpo d’occhio mi sono apparse evidenti le mie quotidiane incursioni in siti e forum che trattavano sempre quegli argomenti: ansia, attacchi di panico e depressione.

Poi ho anche pensato che se il Ministero della Salute fa uno spot televisivo in cui parla di ansia, attacchi di panico e depressione, allora la faccenda è seria. Ma soprattutto che io, Deborah Dirani, 39 anni a surfarmi l’onda anomala di almeno un paio di questi problemi, non sono sola!
E così eccomi qui: sono Deborah Dirani, 39 anni, giornalista impanicata a momenti alterni, ottimista a ciclo continuo. Sono un gomitolo contraddittorio, del resto non ho mai fatto niente per negarlo. Ma è più forte di me: sono un’impanicata allegra. Non per questo poco seria, sia chiaro. Semplicemente io e i miei ADP condividiamo lo stesso corpo da così tanti anni che abbiamo imparato a non nuocerci a vicenda. O insomma, abbiamo imparato le regole di una civile convivenza.
La prima volta che ho scoperto che in questo corpo di 165 centimetri per meno di 50 chili abitavamo in due avevo 21 anni appena compiuti, stavo giocando a biliardino (in porta, e stavo anche vincendo clamorosamente) quando qualcosa nel mio cervello ha fatto clic.

Era il 6 gennaio del 1995 e da quel giorno ho dovuto imparare che per morire non basta sentirsi morire.
“Aiuto muoio”: ora immaginatevi una che è lì che sta per tirare la pallina con uno dei due difensori che invece si mette a sbraitare “aiuto muoio”. Il baretto (circolo Repubblicano di un micro paesino della bassa Romagnola) dove stavo giocando è crollato nel silenzio, io invece continuavo a gridare che stavo morendo fino a quando qualcuno mi ha fatto la domanda più logica che viene fatta a qualunque impanicato: “Oddio cos’hai, cosa ti senti?”. La risposta fu illuminante nella sua fulminea e assoluta mancanza di logicità: “Non lo so ma mi sento morire”.
Cosa vuol dire sentirsi morire? Solo chi ha provato un attacco di panico può spiegare cosa sia questa assurda sensazione (d’accordo anche chi è morto sentendosi morire potrebbe raccontarlo, ma ovvie ragioni gli rendono l’impresa narrativa impraticabile).
Come prima puntata del mio blog su ansia, depressione e affini cercherò a spiegarlo nella maniera più chiara possibile. Sono una che lavora di parole, dovrei riuscirci. Provo a riandare a quella sensazione che, mio malgrado, ho riprovato più volte nella vita. Mi vengono in mente solo un paio di parole (se escludo ‘aiuto muoio’) paura e paralisi.
Paura: la più grande paura che io abbia mai provato in vita mia.

Proprio come se quelli che sto vivendo fossero gli ultimi istanti della mia esistenza sulla terra e io fossi costretta ad accettarlo in piena coscienza. Non come quando ti diagnosticano un cancro (so di cosa parlo, me lo hanno diagnosticato e tolto via che di anni ne avevo 26… l’ho detto che sono un soggetto affascinante), o come quando ti viene un colpo e puff non ci sei più e, dicono, neanche te ne accorgi.
No, no lì proprio, nella illogicità delle mie sinapsi impanicate, io sentivo di morire.
Paralisi: ero immobile, le gambe che avevano perduto la capacità di fare un passo, di piegare le ginocchia. Le braccia tese come due sbarre di marmo. Il respiro. Respiravo? Pare di sì se sono qui a raccontare, ma lì per lì ero convintissima, avrei potuto giurarlo sulla mia stessa testa, che no, non stavo respirando, che i miei polmoni mi stavano fregando e che “ciao mondo, sto morendo”.
Poi non sono morta: né quella volta, né le altre.
Ma di questo (e di tanto altro, a volte assieme ad esperti, a volte tra noi) parleremo nei prossimi post.

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1 Commenti

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fabiana schianchi
Li conosco questi subdoli amanti, che promettono di lasciare la moglie e mai lo faranno! invece non lasciano te, ne hanno bisogno di qualcuno dal quale succhiare energia e sangue, mi sono venuti a fare visita con conseguenti corse al Pronto Soccorso molte volte, dove mi sentivo sempre dire che no nera niente, solo ansia e panico e che tutto sommato me ne potevo tornare tranquilla a casa. I medici avevano pazienti ben più gravi di me, che ero lì a far perdere tempo, "solo" per un attacco di panico! Ma gli venisse a loro una volta sola nella vita, un bell'attacco, con i fiocchi e i controfiocchi, poi vediamo come reagiscono! vengono a farmi visita: Devo ammettere che con il passare degli anni, (ora ne ho 49) sono meno intensi e molto meno frequenti, oppure controllabili e prevedibili, in modo tale che riesco a fronteggiarli. Ma quando arrivano quelli grossi (ripeto molto raramente!) sono come una Ferrari: da 0 a 100 in un secondo, è come un fuoco che divampa alimentato da una bottiglia di alcool. Non so se questo grosso miglioramento che ho avuto, è grazie alle medicine che continuo a prendere regolermente, oppure se ho imparato che non si muore durante un'attacco, non si impazzisce, tutt'al più si può svenire. Oppure è grazie a tanti di quegli anni in psicoterapia che potrei avere due ville in più, non l'ho ancora capito. Fondamentalmente non ne sono mai guarita e non venitemi a dire che si può guarire del tutto! Si sta meglio, ci si convive e palle varie, ma guarirne completamente è un'altra faccenda. Le vittorie ottenute sono comunque tante: ho vinto la mia più grande fobia, la paura dell'aereo e lo prendo ogni estate da quattro anni ora! Vado da sola a fare la spesa, guido l'auto, sto in casa da sola ore e non chiamo l'ambulanza o mio marito per farll ritornare a casa. Ho ripreso a leggere e a parlare in pubblico, e con il mio lavoro non è poco. Comunque non credo ai miracoli: dagli ADP non si guarirà mai! Fabiana.
28/10/2013 16:55:43

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