A+ A-
Ridimensiona i caratteri del testo
cliccando i bottoni a fianco.
OK
Questo sito fa uso di cookie per migliorare l’esperienza di navigazione degli utenti e consente l’invio di cookie “terze parti”. Puoi conoscere i dettagli consultando la nostra Cookie policy, da cui è possibile negare il consenso all’installazione di qualunque cookie.
Centro di Ascolto | 345 8445884

Interviste e articoli

Julio Velasco: motivazione e ansia

Julio Velasco:  motivazione e ansia
02 gen
0

Per questo articolo sulla motivazione e l’ansia abbiamo un ospite di grande livello internazionale: per chi l’ha seguito negli anni d’oro della Panini e della Nazionale e ha ascoltato i suoi interventi nei corsi di leadership e coaching non è solo uno straordinario allenatore ma anche un insuperabile motivatore. Si tratta dell’attuale commissario tecnico dell’argentina di Volley, Julio Velasco. Credo siano in pochissimi a non sapere di chi stiamo parlando e anche tra i più giovani, se si interessano un po’ di sport, questo nome rimbalza per fama e notorietà. Con lui l’Italia ha raggiunto traguardi insperati: 3 ori europei, 2 mondiali e 5 vittorie nella World League per non parlare dei successi con i club.  
Ci si potrebbe chiedere cosa c’entra un personaggio come Velasco con un’organizzazione che si occupa di stress, ansia, panico e depressione e invece proprio lui è una delle persone più autorevoli per fornirci spunti di riflessione e messaggi positivi importanti per trovare la giusta motivazione anche nei momenti più bui.
Velasco ha vissuto e vive in un mondo di giovani e giovanissimi, conosce benissimo concetti come stress, ansia da prestazione, tensione, paura di sbagliare, di fallire. Sa quanto possa incidere il peso di una sconfitta ma anche cosa si deve fare per reagire e nei suoi interventi tratta rigorosamente punto per punto gli aspetti salienti del “Velasco pensiero”, un approccio che non è solo sportivo ma che si ritaglia anche alla vita di tutti noi, sia in ambito personale che professionale come ad esempio la “cultura degli alibi”, “gli occhi della tigre”, la differenza tra eccellenza e perfezione e tanti altri. Di Velasco incuriosisce anche il percorso di vita che spesso come quello dei personaggi più rocamboleschi è ricco di esperienze, decisioni, casualità. Sicuramente mai banale.  Argentino, nato a La Plata, al termine delle superiori si iscrive all’università al corso di filosofia con     l ‘obiettivo di diventare professore, forse per seguire le orme della mamma anch’essa professoressa, nonostante il suo disappunto, poiché sosteneva, che fare il professore non gli avrebbe garantito uno stile di vita particolarmente elevato. Lui procede per la sua strada ma quando mancavano solo 6 esami alla fine del corso ci fu il colpo di stato e fu costretto a rifugiarsi in una grande citta come Buenos Aieres ed è proprio lì che inizia ad occuparsi di pallavolo. Il primo anno allena una squadra che sarebbe come la nostra serie “c” e poi il suo percorso procede progressivamente; si determina a studiare e laurearsi in educazione fisica per perfezionare le sue conoscenze. Nel ‘82 diventa secondo allenatore della nazionale argentina quando l’argentina arriva terza ai mondiali.  A quel punto diversi club italiani hanno fatto campagna acquisti tra i giocatori argentini e due di loro sono approdati alla squadra di Jesi, neo promossa in A2; mancava un allenatore e venne convocato proprio Julio Velasco; fu questo il suo esordio pallavolistico in Italia.
Dopo Jesi è passato ad allenare la Panini Modena in quel momento la più grande squadra italiana a secco di vittorie; insieme al nuovo coach arriva anche lo scudetto. Rimane alla Panini fino all’89 quando siede nella panchina della Nazionale conseguendo le strepitose vittorie sopraelencate.
 
Ha mai incontrato nella sua carriera sportivi condizionati dall’ansia?
“Di crisi di panico vere e proprie non ne ho avuto conoscenza diretta ma ho saputo di giocatori, che hanno giocato con me, che ne hanno sofferto e che solo successivamente sono usciti allo scoperto e ne hanno parlato pubblicamente. Uno in particolare era un giocatore, che poi ha fatto outing, che, casualmente si infortunava spesso.  Questo degli infortuni è un fatto che se da un lato può essere visto come sola sfortuna dall’altro però  fa registrare un dato estremamente significativo: molti infortuni possono essere causati anche da situazioni di fortissimo stress che in qualche modo debilitano il fisico e certamente soffrire di panico o ansia può incidere pesantemente. Non rientrano, a mio parere,  tra le cause di forte stress il giocare spesso, l’allenarsi con assiduità quanto appunto la troppa ansia, la paura di perdere, all’obbligo psicologico della vittoria, della perfezione e così via…”.


Sulla Gazzetta dello Sport del 22 novembre del 2010 a tal proposito compare quella che viene definita la confessione di Meoni, il palleggiatore del Verona Volley il quale appunto oltre a rendere pubblico il fatto di aver sofferto di crisi di panico, in modo molto aperto indica anche il suo percorso ed esorta le persone che ne soffrono a non nascondersi, come capita molto spesso anche nel mondo sportivo, ma ad affrontare il problema senza vergogna. Riporto un pezzo della sua lettera perché dovrebbe essere di insegnamento per tutti
“Quello che mi sento di dire è: "chiedete aiuto", lasciate da parte l'orgoglio e la paura, e fatevi venire incontro dalle persone che vi vogliono bene e poi da chi può, con le giuste competenze, far accendere la luce e ritrovare la strada giusta. Oggi quello che più mi rende sereno è la consapevolezza di aver acquisito una sensibilità nuova che mi ha arricchito e che mi renderà migliore non solo nello sport ma anche nei rapporti con gli altri.” Questa la conclusione di Marco Meoni un grande sicuramente nello sport e nella vita.
 
“L’ansia” – continua Velasco- “ è abbastanza comune; io ricordo quando allenavo gli under 14 in Argentina , erano i miei primi anni e avevo un rapporto bellissimo sia con  ragazzini che con i genitori, però siamo arrivati a una finale ed io, allora ignorante di molte cose , ho preparato questi ragazzi alla partita come se l’avessi dovuta disputare io quindi li ho caricati molto.  Io che sono un agonista e mi carico proprio nelle situazioni di stress credevo di riuscire a trasmettere anche a loro la mia carica ma, poiché non siamo tutti uguali, quella partita fu un disastro totale; per voler far bene e non deludermi erano totalmente bloccati. Per fare un esempio dei nostri giorni, quando sento dire dai tifosi nei confronti dei giocatori della nazionale di calcio (che non si è qualificata ai mondiali 2018 ) “devono andare a lavorare” come se fosse mancata loro la volontà, non capiscono che non è una questione di volontà ,è che l’ansia di voler far bene è terribile e può compromettere anche e soprattutto la più importante delle partite. E’ successo al Brasile nel mondiale in casa. L’ansia purtroppo è pericolosissima, gioca degli scherzi incredibili. Adesso poi è particolarmente difficile da gestire perché il giocatore non ha rapporto solo con il procuratore o la società; adesso ci sono i social che, anche se non sembra, possono caricare a tal punto da creare un accumulo di ansia pazzesco. Ma fino a qui si parla di ansia che come dicevo è molto diffusa. In questi casi riesco ad intervenire direttamente in prima persona ma se avessi in squadra invece un caso di panico mi rivolgerei sicuramente a degli esperti perché non potrei assolutamente pensare di gestirlo da solo.


Ad un soggetto ansioso aiuta fa parte di un gruppo o no? 

Secondo me dipende dalla dinamica del gruppo. I gruppi, come tutte le cose umane, non sono né buoni né cattivi, dipende. Se è un gruppo che giudica, che mette etichette ecc…l’ansia peggiora sicuramente. Allora magari chi ne soffre cerca a tutti i costi di nascondere l’ansia e questo amplifica sicuramente la situazione. Se invece è un gruppo aperto, cosa che io cerco sempre di insegnare ai giovani, allora anche il soggetto ansioso può trovare un ambiente favorevole e utile anche a controllare l’ansia che tra l’altro, è bene sottolinearlo, non è affatto segno di debolezza o di fragilità.  Io ai miei ragazzi dico sempre  che il coraggioso non è quello che non ha paura, perché quello è incosciente. Il coraggioso è quello che pur avendo paura, la supera. 
 
 
Il leader ha paura? Come un leader supera la paura e può addirittura trasformarla in punti di forza?
Ci sono tanti tipi di leader. Nel campo dello sport, della politica o militare è difficile che uno diventi leader se sotto stress si blocca, quindi c’è una sorta di selezione naturale, di predisposizione. A volte si abusa del concetto di leader, ad esempio nello sport si tende a pensare che il leader sia anche il migliore invece c’è una grande differenza tra il migliore e il leader. Il leader è uno che guida gli altri, un trascinatore.  Uno invece può essere bravissimo ma non un leader.  Nella musica uno può essere primo violino perché è bravissimo ma non il direttore d’orchestra perchè il direttore deve possedere e possiede qualcosa in più. E’ chiaro che questo non significa che se anche uno ha le caratteristiche del leader non abbia mai paura, non sarebbe umano. Però diciamo che con l’esperienza si imparano a gestire sia lo stress che la paura. Ad esempio con l’aggressività. Mi spiego. L’aggressività o chiamiamola grinta è un buon antidoto contro la paura. Io personalmente per l’ansia ho due rimedi: uno, il giorno della gara ho l’abitudine di non fare solo il mio lavoro ma anche leggere, guardare film, ascoltare musica parlare di altro perché se già dal mattino dovessi parlare della partita che si disputa la sera è ovvio che l’ansia è destinata ad aumentare. A volte il giorno della partita mi vedono dopo pranzo che sto parlando di tutt’altra cosa rispetto alla partita e può sembrare che uno non si stia concentrando invece è l’opposto: concentrarsi troppo crea ansia. L’altra cosa che uso contro l’ansia è che nel momento in cui si entra in scena uso molto l’aggressività, mi carico. E’ come essere un attore: non ti prepari per come stai tu, per quello che tu sei ma per quello che devi essere e devi rappresentare. Soprattutto essendo un riferimento per gli altri io devo sempre essere come voglio che gli altri mi vedano e come hanno bisogno di vedermi. Non è che sono sempre uguale nel mio intimo ma quando svolgo il mio ruolo devo apparire sempre uguale proprio perché per gli altri sono un punto di riferimento. I miei giocatori mi devono vedere sicuro di me anche quando non lo sono, entusiasta anche quando non lo sono e così via… Non sempre si ha una visione chiara di come andranno le cose, soprattutto nello sporto poi…. ma non posso certo andare dai giocatori e trasmettere messaggi di incertezza con frasi tipo: “mi sembra…può darsi che….forse… dovremmo fare così…” perché questo crea insicurezza negli altri. Si deve andare diretti, convinti e convincenti e per questo è importante l’aggressività, la convinzione, la grinta, la sicurezza che trasuda anche a occhio nudo. Questo per me vale tanto in partita quanto in allenamento. E’ ovvio che la partita è un confronto e si deve dare il massimo.  A volte con giocatori particolarmente in ansia dico di immaginare il nemico dall’altra parte, qualcuno che vuole mettere in pericolo un proprio caro,  e ciascuno poi si prefigurerà l’immagine che crede.  Lo sport è un po’ una parodia di una battaglia, è una metafora: ci sono le squadre, le divise, il campo, bisogna per forza caricarsi e andare. Non sempre si può calcolare e valutare tutto, bisogna buttarsi e crederci e se comunica invece il  messaggio della prevedibilità,  secondo me è sbagliato. Si deve lottare al meglio e basta, senza pensare. Come quando sei al mare e vuoi entrare in acqua; se ti avvicini toccando prima con la punta del piede non entri mai, ti devi buttare. La prima sensazione è di freddo ma dopo due metri passa: il concetto è buttarsi. Sull’ansia molte volte è così. Non devi capire tutto, scandagliare i possibili scenari, devi fare ciò che ti serve per superarla, non importa che stai a capire come quando e perché…”
Dopo aver studiato tutto quello che potevo sulla vita e sulla carriera di Velasco ho maturato una convinzione che se prima era in me un’idea ora è una certezza granitica: lo Sport salva la vita. Non è un’esagerazione anche se può sembrare, ritengo sia la pura verità. Se i ragazzini fin da piccoli li si inserisce in un contesto sportivo adeguato, gli si regalano insegnamenti, valori e strumenti che saranno utili, se non fondamentali, non solo nello sport ma per la vita, per sempre e saranno uomini e donne migliori.  Inoltre li si allontana dai rischi sempre più concreti che prendano strade pericolose, frequentino brutte compagnie e si perdano.
Sarebbe davvero utile che la scuola e i genitori vedessero nella pratica sportiva il miglior alleato per crescere non solo sportivi ma persone solide ed equilibrate. Poi è ovvio….si dovrebbe avere la fortuna di incontrare un Velasco e sicuramente fa la differenza.
Infine altro concetto base: praticare sport, attività aerobica costante, aiuta a combattere l’ansia. Lo sport, il movimento, dovrebbero far parte a pieno titolo della nostra vita, della nostra quotidianità e che Velasco non vi senta dire:” io non ho tempo…” perché questa affermazione rientrerebbe in pieno in quella che definisce “la cultura degli alibi” ossia trovare sempre scuse e colpe per evitare di affrontare un problema, per scansare una cosa. Quindi gambe in spalla e pedalare….

Barbara Prampolini

 



Condividi: